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“Elizabeth” e la distorsione della Storia

Si sa, l’evoluzione del corpo e della psiche femminile affascina da sempre la letteratura e l’arte: ma cosa cambia quando la donna in questione non ha soltanto l’allure irresistibile della giovinezza, ma è perfino destinata a diventare forse il più grande sovrano d’Inghilterra? Elizabeth Tudor (1533 – 1601), la fulva virago degna figlia di Enrico VIII, che in gioventù e vecchiaia flirtava spudorata con i cortigiani e teneva a bada le monarchie più potenti d’Europa, frequenta da sempre il grande schermo, con alterni risultati: ne troviamo l’ultima, originale incarnazione nei film del regista indiano Shekhar Kapur, che si avvalgono della sceneggiatura di Michael Hirst (The Tudors). Tralasciando Elizabeth – The Golden Age (2008), agiografia che troppo assume su di sé lo sguardo idolatrico che Elizabeth aveva saputo attirare sulla propria persona, vorrei concentrarmi sul primo film di quella che probabilmente diverrà trilogia, ovvero Elizabeth (1998), cupo thriller ad alta tensione in cui brillano fulgidi e saturi i colori dei ritratti di Hans Holbein.

La futura Regina Vergine, interpretata da una Cate Blanchett perfetta nel padroneggiare sottilmente una vastissima gamma di emozioni, ci appare dapprima nella grazia dei suoi 21 anni, teneramente innamorata di quello che resterà l’uomo della sua vita (e che non sposerà mai). La vediamo poi affrontare con coraggio un processo per tradimento, un’incoronazione colma di incertezze e la questione religiosa che dilania il paese e l’Europa; la vediamo godere spensierata delle gioie dell’amore e perdere battaglie per vincere infine con l’astuzia e la ponderazione (è noto lo smarrimento che il suo sempiterno temporeggiare provocava negli ambasciatori stranieri). Ma l’ultima congiura a cui sopravvivrà sarà il colpo di grazia, per la regina e per la donna: il sogno di vivere e regnare con il cuore, dopo alcuni scricchiolii, si infrange definitivamente. La fragile Elizabeth sceglie di divenire una Madonna in terra, una vergine dal volto di marmo che si concede in sposa soltanto al suo popolo, e prendere il posto di quella Vergine celeste che la religione protestante non consente di venerare. Fin dall’inizio della pellicola, rifiutando il culto mariano, Elizabeth prepara inconsapevolmente il terreno per la sua catarsi finale, per la sua più straordinaria interpretazione. Con lei cambierà volto l’Inghilterra, che entrerà nel periodo più florido della sua storia e concepirà per questa donna resasi impenetrabile un amore mistico che sarà l’asse portante della Golden Age dell’impero britannico.

Shekhar Kapur, “Elizabeth”, 1998 (Credits: Elizabeth © Polygram Filmed Entertainment e altri 1998)

Non di rado, nonostante il mio amore talvolta anche irrazionale per il cinema in costume (meglio non esternare i miei guilty pleasures in questa sede), la mia coscienza di storica si ribella di fronte all’eccessivo romanzarsi di una Storia che sarebbe già di per sé perfetta per una sceneggiatura. Elizabeth non fa purtroppo eccezione, anche se costituisce certamente il primo tentativo cinematografico di una penetrazione psicologica più profonda dell’ineffabile personalità di questa sovrana. Specialista in dissimulazione, Elizabeth era cresciuta lontana dal proprio ingombrante padre, il quale aveva notoriamente fatto decapitare sua madre; era stata educata da protestante, per poi essere costretta a vivere 4 anni di puro terrore sotto il regno della cattolicissima sorellastra, meglio nota come Bloody Mary; aveva in gioventù (a 13 anni!) subito il trauma di essere sottoposta a continue, interessate avances nientemeno che dall’audace sposo della matrigna Katherine Parr, vedova (per sua fortuna) di Enrico VIII.

Unendo questi e altri ostacoli alla sventura di essere un principe di sesso femminile, che per giunta rifiuterà fino alla fine il matrimonio, si ottiene soltanto una vaga immagine di ciò che Elizabeth dovette affrontare nella sua lunga vita (morì quasi settantenne, dopo ben 45 anni di regno). Il film di Kapur ha l’indubitabile merito di offrirne un assaggio, senza però rinunciare a scompaginare la cronologia degli eventi (la congiura di cui ci troviamo spettatori, con Mary Stuart come perno, avrà luogo 11 anni più tardi rispetto all’ambientazione) e le relazioni fra personaggi realmente vissuti e di notevole influenza sulle vicende europee. Ora, a mio avviso è possibile distinguere due criteri di categorizzazione: una cosa è un film come Amadeus (1984) di Miloš Forman, già basato su ben due opere teatrali, che in un certo senso hanno trasfigurato le figure di Mozart e Salieri da storiche a simboliche. Nonostante gli strali che da anni piombano sul film da numerosi storici e musicofili, non ci troviamo di fronte a un biopic, poiché tale non era l’intenzione del regista. Ma nel caso di Elizabeth, che dichiaratamente vuole costituire una sorta di pietra miliare nella comune visione di questa sovrana, ha senso dirottare le vie della Storia? Un quesito che vale per il 99% dei film ispirati (appunto) a storie vere: la creazione deve per forza passare attraverso la distorsione del reale?

CC BY-NC-ND 4.0 “Elizabeth” e la distorsione della Storia by Cinema e Arte is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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