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Fra’ Galgario e la psicanalisi pittorica

Fra’ Galgario, “Autoritratto”, 1732 (Bergamo – Accademia Carrara)

In genere si associa l’arte visiva settecentesca ai fasti e alla sensualità del rococò francese, alla grande ritrattistica inglese o alla pittura d’impegno civile dei neonati Stati Uniti d’America. Quando si pensa alla pittura italiana, non può che balenare in mente il Rinascimento o forse il fertilissimo periodo barocco che ebbe origine dalle tenebre screziate di luce di Michelangelo Merisi da Caravaggio. Eppure, proprio da quegli anni in cui le forme si fanno più fitte e feconde, in cui la morbidezza delle carni si fonde con un’osservazione di stampo scientifico (Galileo Galilei docet), nasce una nuova sensibilità materica e cromatica. E proprio a cavallo fra i due secoli in cui nacquero il pensiero e l’estetica contemporanei si pone l’opera del bergamasco Vittore Ghislandi detto Fra’ Galgario (1655 – 1743): colui che, secondo le parole di Francesco Maria Tassi, «cominciò a dipignere col dito anulare tutte le carnagioni, la qual cosa continuò sino alla morte» dal 1732[1], si è particolarmente applicato al campo della ritrattistica.

Cito testualmente dal testo di Stefano Fugazza, che definisce Fra’ Galgario «specialista del genere e raffinato sperimentatore nel campo della tecnica pittorica (le sue famose lacche costituiscono un invidiato segreto). Egli estende i suoi interessi a diversi strati sociali raffigurando non solo aristocratici e prelati, ma anche borghesi e popolani; la sua franca concretezza, l’assenza di intenzioni celebrative, la sua attitudine alla verità, pur ricollegandosi alla tradizione ritrattistica lombarda ben corrispondono alle istanze razionalistiche del nuovo secolo»[2]. Dunque un’arte equidistante dalla grandeur francese così come dalla solenne naturalezza britannica. Lo sguardo di Fra’ Galgario è neutro ma non neutrale, oggettivo e proprio per questo quasi psicanalitico: uno sguardo che reca in sé quel seme di modernità di cui il cinema si farà definitivo portatore, reclamando per sé l’aura che l’arte, secondo Walter Benjamin, ha perduto a causa della sua mercificazione. Le immagini sottostanti sono la più inconfutabile prova delle istanze di contemporaneità insite nella pittura di questo artista disgraziatamente poco noto ai più.

Fra’ Galgario, “Ritratto di Elisabetta Piavani Ghidotti”, 1725 ca (Bergamo – Accademia Carrara)
Fra’ Galgario, “Gentiluomo con tricorno”, 1740 ca (Milano – Museo Poldi Pezzoli)
Fra’ Galgario, “Ritratto di Giovanni Secco Suardo e il suo servo”, 1720 ca (Bergamo – Accademia Carrara)

[1] F. M. Tassi, “Fra’ Vittore Ghislandi pittore”, in Vite de’ pittori scultori e architetti bergamaschi, Bergamo, 1793, tomo II, pp. 57-74

[2] AA. VV., Storia dell’arte italiana, Vol.3, Milano, Electa/Mondadori, 1993, p. 409

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