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I fantasmi di Goya (e di Miloš Forman)

Il regista ceco Miloš Forman (al quale non posso negare una preferenza puramente affettiva) ha puntato l’occhio della cinepresa sul XVIII secolo per ben 3 volte: la prima con il pluripremiato Amadeus (1984), osteggiato dai musicofili per la presunta mancanza di rispetto nei confronti di personaggi storici; la seconda con il già citato Valmont (1989), a cui molti hanno preferito a torto Le relazioni pericolose di Frears; e infine con L’ultimo inquisitore (2006), il cui titolo originale suona assai più propriamente Goya’s Ghosts. Quest’ultimo può senza dubbio definirsi il miglior risultato delle interazioni profonde fra Settecento e cultura socio-visuale contemporanea all’interno della cinematografia di Forman. Questo cineasta porta sulle proprie spalle il fardello di una durissima storia personale, che comprende la morte dei genitori durante il Nazismo e che lo ha condotto a rifuggire una delle tante reiterazioni del ciclo della Storia (concezione che certamente lo avvicina a Stanley Kubrick): dall’incubo di un altro regime totalitario, seppur di segno differente, Forman decide di fuggire per stabilirsi a Parigi, dove diverrà uno dei più interessanti esponenti della Nouvelle Vague, e in seguito negli Stati Uniti. Sempre, nella sua filmografia, Forman riserverà una speciale attenzione al tema della follia, che nella sua dimensione privata si fa chiaro esempio di quella collettiva, all’interno di una società che tutto ha fatto per annientare la più sana, conservativa individualità dell’animo umano. Proprio per questo, non è affatto casuale che abbia analizzato tanto spesso le dinamiche artistico-culturali del XVIII secolo, così come non è incidentale che abbia reso una figura come quella di Francisco Goya (1746 – 1828) testimone e voce delle vicende narrate. La stessa tessitura cromatica e compositiva di Goya’s Ghosts è la traduzione in immagini in movimento dell’arte di Goya: rivivono sul grande schermo la vivida, anatomica attenzione del grande pittore spagnolo per la fisiognomica, la struggente partecipazione intima alle crudeli vicende della Storia (impossibile non pensare allo stupefacente 3 maggio 1808), l’assoluta, quasi maniacale fedeltà alla realtà fisica dell’umano strettamente connessa a una dimensione oscura che affonda le proprie radici nell’occultismo. E la sordità, al pari di un altro genio dell’epoca, non fece altro che acuirne la particolare abilità percettiva, facendo quasi della sua mano l’appendice di una mente veggente.

Francisco Goya, “3 maggio 1808”, 1814 (Madrid – Museo del Prado)

La visione storica di Forman si rispecchia e si riconosce intatta in quella di Goya: è chiarissimo come l’Inquisizione spagnola non sia altro che l’incarnazione del cieco potere sovietico[1], così come è estremamente interessante che lo stesso cineasta ponga in evidenza la profetica precedenza della sceneggiatura sulle entusiastiche dichiarazioni di Dick Cheney riguardo alla “liberazione” dell’Iraq. E in questo delirante esempio storico di “esportazione democratica”, si dipanano le umane (disumanissime) vicende dei protagonisti: la sventurata Inés di Natalie Portman, a cui nemmeno l’incoscienza dell’insania risparmia sofferenze, resta nel cuore e negli occhi dello spettatore, patetica figurina stritolata dalle inesorabili mani della Storia. Lorenzo, un Javier Bardem di inusitata, abietta ambiguità, vive la propria vita di fanatico nel male come nel bene, andando incontro alla morte con una coerenza distorta che infine muove alla pietà. Il Goya dello svedese Stellan Skarsgård, sempre inappuntabile, vive intensamente la propria impotenza ad agire, l’identità profonda di pittore che trova la propria voce esclusivamente attraverso il pennello.

Miloš Forman, "L'ultimo inquisitore", 200 (Credits: Goya's Ghosts © The Saul Zaentz Co. 2006)
Miloš Forman, “L’ultimo inquisitore”, 200
(Credits: Goya’s Ghosts © The Saul Zaentz Co. 2006)

Nonostante riconosca la superiorità oggettiva degli affreschi di Kubrick, per citare un nome di incalcolabile statura, le opere di questo regista mi sono più care di molte altre: l’umanità calorosa di cui Forman ci fa dono è preziosa, al cinema e in generale nell’arte. Una capacità di dare letteralmente corpo alle più svariate declinazioni dell’umano, alle tipologie della fisicità, che solo il possesso di una potente sensibilità pittorica ed emozionale può concedere. Forman non giudica i suoi personaggi: semplicemente li mette in scena, non risparmiando a noi né a loro uno squarcio sulle più segrete contraddizioni del loro animo. Se Lorenzo applica un suo fanatico dogmatismo da frate, lo farà in eguale misura nei panni del rivoluzionario. Se Goya si dimostra valoroso nel tratteggiare le fattezze di sovrani e potenti senza lusinga alcuna, si dimostrerà altrettanto pavido nella vita quotidiana, costretto a destreggiarsi fra la propria impetuosa natura e la necessità di ottenere favori. E se Inés vive nella più pura innocenza, proprio questa medesima virtù, ammantata di ingenuità, la condurrà a perdere se stessa in nome di un amore vagheggiato soltanto nei contorti meandri della sua mente. La corruzione umana e privata sfocia in quella collettiva, e si fa dunque inesorabile. E questi fantasmi, i fantasmi di Francisco Goya, attanaglieranno anche Miloš Forman.

Francisco Goya, “Tribunale dell’Inquisizione”, 1812-14 (Madrid – Accademia di San Fernando)
Miloš Forman, “L’ultimo inquisitore”, 2006 (Credits: Goya’s Ghosts © The Saul Zaentz Co. 2006)

[1] P. Vecchi, Il doppio, l’artista e il comunismo: L’ultimo inquisitore di Milos Forman, “Cineforum: quaderno mensile della Federazione italiana dei cineforum”, n. 464, 2007, p. 25

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