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Frida Kahlo e la tela filmica dipinta

Julie Taymor, “Frida”, 2002 (Credits: Frida © Ventanarosa/Miramax 2002)

«Sono nata puttana. Sono nata pittrice». Ecco come si definisce Frida Kahlo (1907 – 1954), la cui identità profondamente messicana aggredisce e finisce per affossare prepotentemente quel nome esotico derivatole dal padre ebreo ungherese. Un autoritratto feroce e insieme struggente, in linea con quelli pittorici, che ci offre con poche parole l’immagine di una donna che si sentiva libera di disporre di se stessa, di amare entrambi i sessi (fra i suoi amanti si annoverano Lev Trotzkij, Tina Modotti e Josephine Baker) e di raggrumare con pungenti tratti sulla tela la propria realtà psichica.

Una donna la cui vita fu segnata da una serie irrealistica di tragedie, dall’incidente che la debilitò per sempre fino all’incontro-scontro con Diego Rivera, secondo le parole dolcemente ironiche della stessa Frida. Una donna vittima di un corpo nato sbagliato e ulteriormente torturato dalla sorte, impossibilitata a raggiungere ciò che molte donne (e la società) vedono come l’ideale approdo della femminilità, ovvero la procreazione. Battezzata come surrealista ma mai dichiaratasi tale («Non dipingo sogni, dipingo la mia realtà», rispose all’investitura ufficiale di André Breton), la Kahlo era particolarmente gelosa della propria indipendenza artistica, inevitabile appendice di quella personale. Come già accaduto per la figura di Artemisia Gentileschi, nel caso di Frida (2002) ci troviamo di fronte a una pellicola diretta da una donna e con una donna come protagonista: e come già avevo fatto all’interno di altre analisi, mi piacerebbe sottolineare come tale coincidenza non sia per forza garanzia di maggiore aderenza al genere indagato. L’occhio vorace, barbarico e poetico di Julie Taymor, regista di Titus (1999), originalissima trasposizione del Tito Andronico di William Shakespeare, nonché di Across the Universe (2007), gioioso baccanale visivo sulle note dei Beatles, ancora una volta non presenta alcun carattere associabile al femminile secondo gli standard della cultura media.

Julie Taymor, "Frida", 2002 (Credits: Frida © Ventanarosa/Miramax 2002)
Julie Taymor, “Frida”, 2002 (Credits: Frida © Ventanarosa/Miramax 2002)

Il film ripercorre la biografia della Kahlo con sorprendente esattezza (a conferma del fatto che talvolta la Storia offre su di un piatto d’argento le migliori sceneggiature possibili): vediamo Frida decorare il gesso che racchiude e trattiene il suo corpo naturalmente sensuale, come in un bozzolo di seta (non a caso dalle sue mani nascono bellissime farfalle), costruirsi un’identità estetica con abiti sgargianti e ornamenti della tradizione messicana, bersi intrepida tutta la vita che le è dato di vivere, non senza timori ma con invincibile impeto. Il film presenta certamente il suo lato migliore nella riproposizione “attiva” dei dipinti (quasi una sorta di traduzione visiva dei già citati moving pictures di Panofsky) e della storia personale a cui fanno da contrappunto: non risulta invece altrettanto efficace la visione prettamente storica della vicenda, elemento che, nonostante molti critici abbiano gridato al ridicolo involontario, non influisce però sull’imprinting della pellicola nella mente dello spettatore. Decisamente non è un film per storici, nello stesso modo in cui non lo è il già citato Marie Antoinette di Sofia Coppola, quanto diretto a chi ancora non conosce l’arte e le vicissitudini della Kahlo. Julie Taymor, coadiuvata da una Salma Hayek quasi vittima di possessione spiritica, sospinge delicatamente lo spettatore tra le oscure fronde della psiche della protagonista, rendendo la sua stessa pittura più accessibile e provocando l’esigenza di assaggiarne ancora: l’arte di Frida Kahlo è spietata, perché spietato è l’inconscio (e forse per questo aveva davvero ragione Breton), ma si fa saggia e rassicurante compagna di strada per questa figura dolente eppure traboccante di vita. Confesso che io stessa non mi ero mai avvicinata con particolare interesse all’opera della Kahlo. Ho sempre pensato, forse con una punta di snobismo, che questa artista avesse ottenuto tanta fama in quanto esempio del complesso di cui già Jacques-Louis David era rimasto vittima, ovvero “è una donna, ma dipinge come un uomo”; il tutto opportunamente unito alle sofferenze patite. Eppure, confesso altresì che questo film ha contribuito a far svaporare questa prima, limitata immagine per far emergere i colori selvaggi di una pittura che è impossibile non amare. Forse non il film perfetto, ma genuino, visionario e appassionato, in assonanza con il personaggio che intende avvicinare.

Julie Taymor, “Frida”, 2002 (Credits: Frida © Ventanarosa/Miramax 2002)

 

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