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“Ritratto di signora”: la femminilità (auto)negata

«Un tempo era stata curiosa, adesso era indifferente; eppure, a dispetto di quella indifferenza, la sua attività era più instancabile che mai. Sottile sempre, ma più bella di prima, non aveva acquistato molta maturità d’aspetto, eppure nel suo abbigliamento c’erano un’ampiezza e uno splendore che davano un tocco d’insolenza alla sua bellezza. Povera Isabel, dal cuore tanto umano, quale frenesia l’aveva presa? Il suo passo leggero si trascinava dietro una massa di stoffe; la sua testa intelligente sosteneva una maestosa acconciatura. La fanciulla libera e sveglia era divenuta del tutto un’altra persona: Ralph vedeva, ora, la bella signora che si riteneva rappresentasse qualcosa. Che cosa rappresentava, Isabel? Egli se lo chiedeva; e poteva rispondersi soltanto che rappresentava Gilbert Osmond» – Henry James, Ritratto di signora, 1882 (Milano, BUR, 1998, p. 474)

Jane Campion, "Ritratto di signora", 1996 (Credits: The Portrait of a Lady © Steve Golin e altri 1996)
Jane Campion, “Ritratto di signora”, 1996 (Credits: The Portrait of a Lady © Steve Golin e altri 1996)

Agli occhi di Ralph, il cugino che l’ama senza speranza ma a tal punto da volerle concretamente donare tutte le opzioni di vita possibili, Isabel Archer ha appunto compiuto la più inspiegabile delle scelte. Ha concesso se stessa, la sua fortuna e il suo dovere coniugale a Gilbert Osmond, l’uomo senza qualità, finendo davvero col costituire un simulacro del marito, un invidiabile oggetto da collezione. Solo in una cosa Osmond ha fallito, non è riuscito a privarla di quelle «troppe idee» che a suo parere ne guastavano la purezza di opera d’arte. Al quotidiano esercizio di adattamento e di asservimento Isabel oppone ancora quella che per suo marito è incomprensibile resistenza, e che al contrario è semplicemente il respiro della sua anima. Eppure, il lettore fatica a offrire alla protagonista, in verità non dotata di particolare afflato empatico, il proprio assoluto sostegno: l’eroina di James, che attinse ispirazione dalle tristi vicende della cugina Mary Temple, morta ventiquattrenne nel 1870, è infatti talmente colma delle più strepitose virtù da provocare una certa irritazione e il sorgere della domanda «perché?». L’omonimo film di Jane Campion, uscito nel 1996, ne rende molto bene la personalità apparentemente tanto determinata e in realtà profondamente irrisolta, indagando soprattutto (com’è suo solito) la componente della sessualità frustrata. Auto-frustrata, direi.

Jane Campion, "Ritratto di signora", 1996 (Credits: The Portrait of a Lady © Steve Golin e altri 1996)
Jane Campion, “Ritratto di signora”, 1996 (Credits: The Portrait of a Lady © Steve Golin e altri 1996)

Le immagini che accompagnano i titoli di testa, in un vaporoso bianco e nero, costituiscono il primo campanello d’allarme in tal senso: donne di oggi, donne che ci offrono in dono i loro volti, tutti diversi e magnificamente espressivi proprio perché “comuni”, queste donne ci raccontano le loro esperienze di intimità fisica e sentimentale. Proprio quelle che Isabel non conosce e a cui guarderà sempre sdegnosamente da lontano. Isabel è abituata a essere ricercata, a essere considerata unica. Ed ella persegue inconsciamente quella presunta unicità evitando di fare ciò ciò che tutte le altre donne (comuni) fanno. Resta turbata di fronte ad ogni proposta di matrimonio, ed è proprio così che la vediamo per la prima volta (splendido primo piano su Nicole Kidman, in effetti opportunamente virginale e altera); anzi ne sembra piuttosto piccata, come una divinità alle prese con i piagnistei di quegli inferiori che cercano di trascinarla dabbasso. L’unico fra i tanti pretendenti a farle provare (solo per un attimo, per carità) un brivido di abbandono sarà infine Caspar Goodwood, l’uomo semplice, non particolarmente attraente ma solido e costante nel suo inspiegabile affetto per lei, sempre vicino e sempre vigile.

Ma Isabel sceglie appunto l’unico uomo che sembra non avere bisogno di lei, l’affascinante esteta che vive della bellezza di cui si circonda, e che dietro tanto gusto nasconde il vuoto. Le fantasie erotiche che la Campion crea intorno alla dichiarazione d’amore dell’indolente Osmond ricostruiscono efficacemente a beneficio dello spettatore la nevrosi che condanna la vita di Isabel: toccata dal solo uomo che aveva avuto l’audacia di spingersi oltre, proprio in quanto non realmente interessato, la protagonista affronta la nascita del desiderio, che del resto è spesso desiderio di ciò che ancora non si possiede. In questo Osmond sarà il marito perfetto, poiché Isabel non lo possiederà mai. Il film pone forse un po’ troppo l’accento rispetto al romanzo sulla relazione fra Isabel e Ralph, che Henry James aveva piuttosto connotato come ambigua, intensa fratellanza. Ma la regista resterà coerente fino alla fine a questa scelta “sentimentale”, regalando alla sua Isabel una maggiore consapevolezza nel contatto con i suoi recessi interiori: la lascerà infatti ancora più volontariamente in sospeso di quanto non abbia già fatto James. Se la Isabel del romanzo fugge letteralmente verso Roma (ed è evidente la consequenzialità con il bacio di Goodwood), e non sapremo mai se una volta giunta a destinazione sceglierà la libertà o l’autosoppressione al fianco del marito, la Isabel del film si ferma ben prima, addirittura sulla soglia di casa Touchett, a rimirare la vastità delle nuove scelte che le si presentano.

Jane Campion, "Ritratto di signora", 1996 (Credits: The Portrait of a Lady © Steve Golin e altri 1996)
Jane Campion, “Ritratto di signora”, 1996 (Credits: The Portrait of a Lady © Steve Golin e altri 1996)

La Campion ha da sempre un debole per le inquadrature ravvicinate, non solo sui volti ma anche sugli oggetti, a cui dona la vitalità dell’utilizzo umano e dunque della connotazione psichica: l’effigie di Rosier che Pansy nasconde sul petto, la tazzina incrinata di Madame Merle, la bambola che la stessa Madame Merle stringe fra le mani (terribile simulacro della nevrotica infanzia senza fine di Pansy). È struggente la vita degli oggetti perché straziante è quella dei loro proprietari. Nessuno di essi è davvero innocente: Osmond e Madame Merle risultano certamente i villain della vicenda, ma, come si è accennato, non è possibile empatizzare totalmente con Isabel, che compie un errore in verità non così “generoso”, ma piuttosto dettato dal narcisismo; così come non è del tutto possibile provare comprensione per l’altruismo di Ralph, che, pur nell’anonimato, è il frettoloso, ingenuo deus ex machina dietro le vicende della cugina; per non parlare delle figure “minori”, tutte caratterizzate da meschinità di varia natura. L’oscurità di Palazzo Roccanera, dove l’eroina vive un’esistenza erratica e priva di significato, è opprimente e al contempo estremamente rassicurante, un caldo utero da cui Isabel non sa distaccarsi. Ed è ampiamente probabile che, fra i diversi finali ipotizzabili, ella, nonostante l’ultima possibilità offertale da James attraverso Caspar Goodwood, sceglierà di essere tristemente coerente alla propria natura cerebrale sino alla fine.

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Jane Campion, “Ritratto di signora”, 1996 (Credits: The Portrait of a Lady © Steve Golin e altri 1996)

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