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Batman, il Joker e il Flugelheim Museum

La Gotham City di Tim Burton è ombra solo di rado squarciata dalla luce. E luce rigorosamente fredda. Non c’è traccia di calore in questa selva oscura, claustrofobica e popolata di titani, grandiose creature mitologiche a sorreggerne le fragili fondamenta. E fra le splendide strutture create da Anton Furst, di soffocante altezza com’era nello stile gotico, troviamo il Flugelheim Museum, all’interno del quale Burton costruisce una delle scene più famose del suo Batman (1989). Ora, è chiaro il riferimento al Guggenheim Museum di New York (così com’è interessante che il termine “flu”, con cui è stato composto il nome, significhi “influenza”, nel senso virale del termine): l’opera di dissacrazione ha dunque già inizio fin dal battesimo, grazie anche ad un’architettura che secondo lo stesso creatore ricorda più una locomotiva che un classico museo[1]. Eppure, ciò che più incuriosisce sono i capolavori esposti in questo fantomatico museo: essendo infatti un luogo di fantasia, l’autore e i suoi collaboratori si sono sbizzarriti a riempirne le sale con tutto ciò che desideravano, il tutto però con notevole spirito selettivo e dunque con un preciso scopo. Non c’è un ordine preciso nell’esposizione, né un criterio di tipo cronologico: l’unico filo rosso riconoscibile è l’appartenenza di queste opere alla storia dell’arte occidentale (europea e americana) e delle prime civiltà a noi note, nonché la fama universale di una buona parte di esse. La distruzione non è mai stata così facile, sotto le incalzanti note di Party Man di Prince. Dalla statuetta egizia alle ballerine di Degas, passando per busti romani, Vermeer, Van Dyck e Rembrandt: interessante la maggioritaria presenza della pittura olandese, forse scelta per opulenza e morbidezza di forme e colori in aperto contrasto con l’attitudine “artistica” del Joker.

Tim Burton, "Batman", 1989 (Credits: Batman © Warner Bros. 1989)
Tim Burton, “Batman”, 1989 (Credits: Batman © Warner Bros. 1989)

Ma naturalmente più interessanti sono le autentiche icone dell’american dream come Abraham Lincoln («fategli la barba!») e George Washington, che passano decisamente un brutto quarto d’ora: il potere tradizionale a cui il popolo americano è quasi ferocemente affezionato, che si epifanizza nell’opera d’arte, viene sbeffeggiato e soppresso in contumacia. Di tutti i dipinti presenti, il Joker salva soltanto il terribile Figura con la carne (1954) di Francis Bacon, dove troviamo una rielaborazione del celebre ritratto di papa Innocenzo X eseguito da Diego Velázquez nel 1650, ritratto che torna incessantemente nell’opera di Bacon: celebri sono i suoi studi sulla figura del papa, livida, in putrefazione, resa quasi evanescente con il passare del tempo e delle sperimentazioni, eretta dunque a simbolo supremo della marcescenza a cui sottosta per sua natura l’essere umano. Nel caso del dipinto risparmiato dal Joker, Innocenzo X è ormai ridotto a una larva, sovrastato da soffocanti quarti di carne (forse un riferimento al Bue squartato di Rembrandt, non a caso presente in galleria con l’autoritratto “schiaffeggiato” da uno sgherro).

Tim Burton, "Batman", 1989 (Credits: Batman © Warner Bros. 1989)
Tim Burton, “Batman”, 1989 (Credits: Batman © Warner Bros. 1989)

Non a caso è la morte a imporre il proprio dominio. Il Joker in quanto artista postmoderno («faccio arte finché qualcuno muore») è una lampante parodia di una figura che ha ormai perduto l’aura di cui godeva fino ad un secolo fa: profeta alla William Blake, scimmia ammaestrata alla Jean-Baptiste Chardin, incarnazione in Terra di quel Pigmalione che riuscì con la forza del desiderio a infondere vita nella sua Galatea, l’artista non è mai stato considerato (e soprattutto dal Settecento, secolo a cui appartengono tutti gli esempi citati) un comune mortale, ma una sorta di ricettacolo del divino, con il quale possedeva misteriose connessioni. Ma oggi, dopo il ready-made di Duchamp e la sensazione più che diffusa del “potevo farlo anch’io”, la mistica dell’artista è più che evaporata, lasciando il posto a innumerevoli schiere di aspiranti geni rivoluzionari. Il Joker è un sottoprodotto dell’epoca presente, in cui tutti possono fare arte (e abbiamo più artisti che spettatori), in cui la tecnica non ha più il valore che aveva ormai secoli orsono: un uomo qualunque che si prende il proprio warholiano quarto d’ora di celebrità scribacchiando “Joker was here” sui muri di Approaching a City (1946) di Edward Hopper. Se la necessità di esprimersi è ormai alla portata di tutti, è infatti facile scambiare la profanazione per suprema forma d’arte. La dissacrazione operata da Tim Burton, al contrario della volontà fagocitante e distruttiva del Joker, è dunque ironica e liberatoria: attenti, vuole dirci, a piegarsi al conservatorismo più provinciale così come a precipitare nel vortice della rivoluzione a tutti i costi. Non c’è un’arte buona o un’arte cattiva: dobbiamo solo ricominciare a chiederci cosa faccia arte e cosa no.

Tim Burton, "Batman", 1989 (Credits: Batman © Warner Bros. 1989)
Tim Burton, “Batman”, 1989 (Credits: Batman © Warner Bros. 1989)

[1] http://batman.wikia.com/wiki/Flugelheim_Museum

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