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Aldo, Giovanni, Giacomo e lo stato dell’arte: un’analisi semiseria

Nelle scorse settimane ha fatto il giro delle reti tv italiane la campagna pubblicitaria che vede Aldo, Giovanni e Giacomo inventarsi sgangherati esperti d’arte e giocare sui cliché di questa caotica realtà: la cosa mi ha incuriosita, in quanto mi è parsa sintomatica di una determinata attitudine dell’arte contemporanea e verso l’arte contemporanea. Innanzitutto, è interessante notare nazionalità e caratterizzazione dei protagonisti: con uno spiccato accento francese (e con basco e baffo d’ordinanza) l’artista impersonato da Aldo, ispanico (forse messicano, in stile Diego Rivera) l’assistente Giovanni e indubitabilmente italiano il critico Giacomo, che irrompe sulla scena con un look paurosamente prossimo a quello di Philippe Daverio. Dunque una critica d’arte italiana pronta a valorizzare prima di tutto l’arte straniera, già più cool in quanto tale, nonostante la propria appartenenza alla cultura che ha forse prodotto il maggior numero di opere d’arte di valore nell’emisfero occidentale.

In ogni caso, sebbene favorito dall’attenzione degli esperti, vediamo in ogni episodio il nostro artista immergersi nel tentativo di creare l’opera definitiva, per poi fallire clamorosamente di volta in volta. È anche da sottolineare che nel suo studio, dove regna un sapiente disordine, convivono opere realizzate attraverso diverse tecniche, facendo del protagonista non tanto un genio dalle molte abilità, ma un improvvisatore privo di discernimento. Ironia della sorte, l’unica “opera” che Giacomo commenta ammirato («sublime bellezza!») è semplicemente il risultato di una sconfortante casualità. Dunque, cos’è l’arte oggi? Chi la fa? E soprattutto, chi decide (e come) se sia arte oppure no? Non è certamente un caso che in uno di questi spot (girati da Dario Piana con notevole senso del ritmo) la titanica mano che Aldo cerca di scolpire ricordi l’ormai celebre L.O.V.E. (2010) di Maurizio Cattelan, ovvero la rappresentazione di un saluto fascista troncato e degenerato nel gesto del dito medio.

Non si può certamente negare all’autore l’abilità tecnica (e difatti non è questo il solo fra i criteri per suggellare l’identità di opera d’arte), così come non si può negare la potenza dell’idea. Eppure, non è forse più furba che intelligente? E soprattutto, l’arte contemporanea non è forse fin troppo prigioniera del logoro primato di questa entità mistica che è l’“idea”? Ed è forse incidentale che buona parte del pubblico finisca per pensare «potevo farlo anch’io»? E il fatto che in tutta evidenza quell’idea, straordinaria o meno, sia venuta a qualcun altro, fa per forza di quel medesimo qualcun altro un artista? Mi spingerò perfino a dire che, a mio avviso, il ready-made di Marcel Duchamp ha contribuito alla rovina attuale dello stato dell’arte. Mi rendo conto di proferire probabile eresia, ma ritengo che non sia più possibile attribuire l’etichetta di opera d’arte alla sola idea che sta dietro al prodotto finito, favorendo la fama di personaggi che sono prima di tutto bravissimi venditori di se stessi e poi (forse) artisti. Trovo anche aberrante che una giunta comunale si spenda per conservare il dito medio di Cattelan nella collocazione attuale (sottotitolo attribuibile a tale azione: «siamo veramente tanto democratici»), mentre nel frattempo si lascia allegramente cadere a pezzi Pompei, e cito per clemenza solo il più pachidermico dei soggetti a rischio. Evviva Aldo, Giovanni e Giacomo, che ci fanno riflettere sullo stato (e sullo Stato) dell’arte!

aldogiovannigiacomo2013

Maurizio Cattelan, "L.O.V.E.", 2010 (Milano, Piazza Affari)
Maurizio Cattelan, “L.O.V.E.”, 2010 (Milano, Piazza Affari)

CC BY-NC-ND 4.0 Aldo, Giovanni, Giacomo e lo stato dell’arte: un’analisi semiseria by Cinema e Arte is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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