You are here
Home > È di scena la Storia > Marianna Ucrìa: la giusta indipendenza dei media

Marianna Ucrìa: la giusta indipendenza dei media

Come già anticipato, da ragazzina ero attratta da qualsiasi pellicola che presentasse un accenno di trine e merletti. Colpa senza dubbio di Amadeus, visto, vissuto, spasimato alle scuole medie. E ricordo che da giorni aspettavo di vedere in tv Marianna Ucrìa (1997) di Roberto Faenza, tratto dal romanzo La lunga vita di Marianna Ucrìa (1990) di Dacia Maraini, che ho avuto occasione di leggere poco tempo dopo. L’esperienza della lettura è ipnotica: si viene letteralmente travolti da potentissimi stimoli sensoriali, tutti quelli che il corpo di Marianna ha saputo col tempo accogliere e sperimentare con sempre maggiore sensibilità; e mai come in questo caso ci è chiaro come corpo e anima siano in verità la stessa cosa, e mutabili attraverso l’esperire la realtà. Ed è ciò che in parte manca al film di Faenza: dove nel romanzo troviamo terrea, quotidiana materialità, profumi e sapori quasi stordenti a caratterizzare ogni fase della vita di Marianna, nella pellicola la accompagniamo dall’adolescenza all’età adulta senza però renderci davvero conto di cosa significhi vivere in un mondo silenzioso, con il quale la protagonista può stabilire un contatto solo attraverso gli altri affinatissimi sensi. Compreso un sesto, una sorta di empatia che le consente di penetrare nei pensieri altrui, o meglio un’immaginazione trascinante a tal punto da farla giungere autonomamente alla terribile verità che sta a capo della sua vita troncata: «una volta afferrato il bandolo di un pensiero Marianna non riesce più ad abbandonarlo, se lo rigira tra le dita tirandolo e annodandolo ai suoi stessi intendimenti»[1].

Roberto Faenza, "Marianna Ucrìa", 1997<br />Credits: Marianna Ucrìa © Cecchi Gori 1997
Roberto Faenza, “Marianna Ucrìa”, 1997
Credits: Marianna Ucrìa © Cecchi Gori 1997

E poco si comprende nel film il processo interiore grazie al quale proprio quel silenzio, inizialmente pura condanna alla solitudine, si muta nel corso della vita di Marianna in un orgoglioso scudo e al contempo in un alibi, agli occhi della società: solo una donna priva di parola, e dunque “disgraziata”, può permettersi di leggere impunemente libri di filosofia e farsi cogliere dal dubbio dell’esistenza di Dio. In un certo senso il film risulta più “settecentesco” e assertivo del romanzo: ove la Maraini sottolinea con sapienza, ma anche con amara leggerezza, l’arretratezza culturale e conseguentemente estetica della Sicilia, Faenza si fa coadiuvare dal geniale Danilo Donati (non a caso creatore dell’immaginifico XVIII secolo de Il Casanova di Federico Fellini) nel disegnare un Settecento che si potrebbe tranquillamente trovare in altre decine di posizioni geo-sociali. Ipotizzerei, considerata l’abilità delle maestranze coinvolte, che sia stata una scelta consapevole, rivolta ad un pubblico ben lontano da quella che già costituisce di per sé un’isola culturale. Donati è comunque sempre attento a definire personaggi e situazioni attraverso una caratterizzazione cromatica: il rosso violento e innaturale degli abiti di nozze di Marianna e Pietro, come violenta e innaturale sarà la loro vita coniugale, l’innocente azzurro e il bianco virginale che suggelleranno la vita adulta di Marianna (una straordinaria Emmanuelle Laborit, sorda non solo per copione) prima della folgorante scoperta dell’amore fisico, e così via. Ed è come se si percepisse nell’aria un odore polveroso di salsedine, di terra asciutta, di vigneti, sorta di souvenir sensoriale di una Sicilia remota e forse unico legame con l’esperienza quotidiana di Marianna. Dunque il film in sé funziona perfettamente, forse proprio a causa della distanza a cui si pone dal romanzo. E, ancora meglio, fa venire voglia di leggerlo. E’ anche interessante la scelta di Faenza e Sandro Petraglia, dovuta al necessario processo di traduzione da un medium all’altro, di sostituire in buona parte i “dialoghi” imbastiti dalla Maraini, che si svolgono quasi tutti tramite la parola scritta, con il linguaggio dei segni: in effetti ne troviamo l’origine proprio nella seconda metà del Settecento, ma difficilmente sarebbe stato accettato nella Sicilia di un Pietro Ucrìa barone di Scannatura. Scelta dunque discutibile, ma cinematograficamente assai efficace, a conferma che non sempre il medium cinema deve inchinarsi alle esigenze della Storia. Di nuovo a confronto, dunque, cinema e letteratura, e senza un vincitore: Marianna Ucrìa è la prova che in certi casi, se ben congegnati, film e libro di riferimento possono coesistere e costituire semplicemente due opere d’arte in differenti contesti mediatici.

Roberto Faenza, "Marianna Ucrìa", 1997<br />Credits: Marianna Ucrìa © Cecchi Gori 1997
Roberto Faenza, “Marianna Ucrìa”, 1997
Credits: Marianna Ucrìa © Cecchi Gori 1997

[1] D. Maraini, La lunga vita di Marianna Ucrìa, Milano, Superpocket, 2000, p. 102

CC BY-NC-ND 4.0 Marianna Ucrìa: la giusta indipendenza dei media by Cinema e Arte is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

Lascia un commento

Top