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M. Butterfly e il potere delle immagini

David Cronenberg, “M. Butterfly”, 1993Credits: M. Butterfly © Geffen Pictures 1993

È facile trovare in molte fonti documentarie cinefile gli incredibili accadimenti di M. Butterfly (1993). Avverto subito chi non avesse visto il film che io stessa cadrò volontariamente nella diffusa pratica dello spoiling: la Butterfly del titolo è un uomo. Nulla di strano, direte voi, la cinematografia queer è più che sdoganata. Eppure, la bizzarria sta nel fatto che per tutta la durata della pellicola il protagonista maschile, diplomatico francese di stanza in Cina, resterà fermamente convinto di amare, toccare, conoscere carnalmente una donna, stella dell’Opera di Pechino. È inevitabile osservare e ascoltare John Lone (splendido protagonista de L’ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci) ed essere colti da una sorta di smarrita fascinazione. Lo stesso regista David Cronenberg dichiara di aver selezionato l’attore, dopo innumerevoli provini, per la sua abilità nell’incarnare contemporaneamente un uomo, una donna, un transessuale (lo stesso Lone in gioventù si formò all’Opera di Pechino): e del resto il regista sottolinea come il genere sessuale risulti del tutto irrilevante, e come anzi finisca per svanire di fronte alla potenza del “personaggio” Song Liling[1]. La Butterfly adorata e posseduta con piglio imperialistico da René Gallimard, interpretato da un misuratissimo Jeremy Irons, è una creazione talmente trascinante da porre la realtà dei corpi in secondo piano: concezione del resto assai diffusa proprio nella tradizione teatrale cinese, dove accadeva sovente che uomini interpretassero ruoli femminili.

David Cronenberg, “M. Butterfly”, 1993<br />Credits: M. Butterfly © Geffen Pictures 1993
David Cronenberg, “M. Butterfly”, 1993
Credits: M. Butterfly © Geffen Pictures 1993

Non a caso i titoli di testa del film, accompagnati dalle evocative composizioni di Howard Shore a rappresentare l’incanto con cui l’Oriente seduce l’Occidente, sono chiaramente legate a un’estetica di stampo genuinamente teatrale: il racconto stesso è nato come rappresentazione teatrale, su testo di David Henry Hwang. Al contempo, queste soavi immagini, spie figurative che si srotolano soavemente come un’antica pergamena e che ritorneranno in varia misura durante il film (da notare la libellula), sono anche da riferirsi ai cliché visivo-culturali con cui l’occidentale medio si pone nei confronti dell’Oriente. Se nella leggiadra, sfuggente libellula, che ritroveremo come pegno consegnato dall’anziano contadino a René, è riconoscibile Song Liling, lo stesso Renè non può che essere la tronfia rana che la osserva vogliosa ma piantata a terra. È evidente come il rapporto fra i due protagonisti venga impostato fin dall’inizio da Song Liling sullo scontro fra due culture e relativi preconcetti, e come entrambi interpretino alternativamente il ruolo di Pigmalione e Galatea. René viene sedotto dalla malinconica ironia della bella dama orientale, le cui radici identitarie giacciono ben piantate in millenni di Storia, mentre ci è impossibile riconoscere in Song Liling, almeno fino allo straziante incontro finale fra i due, uno squarcio di sincera spinta emotiva. «Sono un uomo che ha amato una donna creata da un uomo», dirà René a colui che gli è stato a sua insaputa compagno di vita per anni. Eppure, proprio quell’uomo cercherà infine di convincere che Song Liling esiste, anzi, che egli è Song Liling, che il corpo che René ha sempre e invano desiderato ammirare è proprio il suo.

David Cronenberg, “M. Butterfly”, 1993<br />Credits: M. Butterfly © Geffen Pictures 1993
David Cronenberg, “M. Butterfly”, 1993
Credits: M. Butterfly © Geffen Pictures 1993

 

Cronenberg gioca sapientemente su ogni corda del “doppio”: Oriente/Occidente (inevitabilmente già declinato in senso orientalista da parte della mentalità occidentale), uomo/donna, amante/amato. Non è incidentale che sia infine René stesso a tramutarsi in Butterfly e a sacrificarsi pubblicamente sul palco in nome di un amore che ha travalicato le quinte del teatro stesso. Dice Cronenberg: «L’ho vista come la storia di due persone che compongono l’opera della propria vita. Non stanno solo creando una storia d’amore, stanno creando la propria versione della Cina e infine stanno creando la propria sessualità. La sessualità è invenzione, è una cosa creativa. Ci siamo da tempo separati da tutto ciò che poteva avere a che fare con l’imperativo biologico, e così è stato per migliaia di anni. Questa storia è un estremo di tale invenzione, ma l’estremo illumina la dimensione quotidiana di ciò che tutti facciamo»[2]. In ultimo, il “dettaglio” più sconcertante: la storia è ispirata a fatti realmente accaduti, che hanno visto protagonisti il diplomatico francese Bernard Boursicot e il cantante d’opera Shi Pei Pu. È però ugualmente da sottolineare che, dopo un fallito tentativo di suicidio, lo stesso Boursicot riconobbe l’orientamento della propria sessualità, intrecciando finalmente una felice relazione con un compagno di sesso maschile. Ma nel caso di René Gallimard, il teatro e il potere dell’immagine non potevano che prevedere un diverso finale. Un’opera ipnotica, da cui non è possibile distaccarsi fino al finale.

David Cronenberg, “M. Butterfly”, 1993<br />Credits: M. Butterfly © Geffen Pictures 1993
David Cronenberg, “M. Butterfly”, 1993
Credits: M. Butterfly © Geffen Pictures 1993

 


[2] Ibidem

CC BY-NC-ND 4.0 M. Butterfly e il potere delle immagini by Cinema e Arte is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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