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Le relazioni pericolose fra arte e letteratura: i romanzi

Da appassionata lettrice e altrettanto appassionata di storia dell’arte, non ho potuto fare a meno nel mio recente passato di dedicare la mia attenzione a romanzi storici con artisti, realmente esistiti o meno, in veste di protagonisti. Come non pensare in primo luogo a La ragazza con l’orecchino di perla (1999) di Tracy Chevalier, best seller mondiale da cui è stato tratto il film (decoroso ma non memorabile) con Colin Firth e Scarlett Johansson? Il Vermeer che emerge dalle pagine del libro, sapientemente costruito su quel buco nero che è la biografia del pittore fiammingo, è una figura misteriosa, tenera ma imperiosa («Devi provvedere» è la frase con cui liquida più volte una Griet costretta a procurarsi fori nei lobi delle orecchie per indossare le famigerate perle), guidata da forze interiori già attuali («Non ho mai smesso di lavorare su un quadro fin quando non era perfetto, a chiunque fosse destinato», borbottò. «Io lavoro così»[1]). È la tecnica più intelligente, non pretendere di tuffarsi troppo a fondo nell’anima di persone vissute quattro secoli fa e di cui ben poco si conosce, con il vantaggio ulteriore di accrescere il pathos. La Chevalier sceglie come motore centrale dell’azione il più affascinante dei ritratti dipinti da Vermeer, ovvero quella Ragazza col turbante (1666 ca) che ancora oggi tormenta il sonno degli storici dell’arte: non vi è certezza alcuna su questo quadro, né sul soggetto, né sulla data, né tantomeno sulle motivazioni che hanno spinto il pittore a donarci un’immagine tanto viva, carnale e presente. E del resto la tesi creata dalla Chevalier è purtroppo afferibile a una tradizione letteraria di stampo rosa. È molto apprezzabile la ricostruzione sensoriale e sensuale della materia da cui nasce la pittura, e alcuni dialoghi e situazioni (in particolare la resa delle differenti classi sociali) risultano effettivamente realistici, mentre in altri casi (quelli che infine impediscono di pensare «però, bel libro») il lettore è costretto ad affrontare l’enfasi tipica di certa letteratura contemporanea a corto di solide argomentazioni.

Jan Vermeer, "Ragazza col turbante", 1665-66 (L'Aia, Mauritshuis)
Jan Vermeer, “Ragazza col turbante”, 1665-66 (L’Aia, Mauritshuis)

Diverso è il caso del contemporaneo Artemisia (1999) di Alexandra Lapierre, poco romanzo e più biografia con ricostruzione di dialoghi (molto realistica e parsimoniosa), grazie all’utilizzo sistematico e attento della documentazione a disposizione: assai ampia, del resto, soprattutto per quanto concerne gli anni della notoria violenza operata su Artemisia Gentileschi dal collega e maestro Agostino Tassi. La pittrice, purtroppo più famosa per essere stata etichettata come femminista ante-litteram che per l’indubbio talento, ne emerge come persona di carne e sangue, trascinata sì da passioni potenti, ma equilibrate dalla consapevolezza che la prima amante della sua vita sempre sarà la creazione artistica. Una donna molto presumibilmente segnata da un inscindibile legame con il padre, fatto d’amore, repulsione, competizione professionale. Un ritratto palpabile nelle contraddizioni che connotano l’umana natura e, ciò che più conta, assai credibile sulla base dei fatti storici, esaustivamente documentati in appendice a disposizione del lettore interessato. Un buon esempio dunque, di letteratura dedicata all’artista.

Artemisia Gentileschi, "Autoritratto come allegoria della Pittura", 1638-39 (Windsor, Royal Collection)
Artemisia Gentileschi, “Autoritratto come allegoria della Pittura”, 1638-39 (Windsor, Royal Collection)

Troviamo un’ulteriore formula in La donna in nero (2006) della giornalista Brunella Schisa, che prova a penetrare nei recessi più profondi dello spirito inquieto di Berthe Morisot, pittrice, modella e probabilmente amante di Edouard Manet, il Francisco Goya dell’Impressionismo. Il nero è il colore di Berthe, il nero è Berthe nella mente di Manet, che vede nella bella collega l’incarnazione del colore neutro, vuoto e colmo di potenzialità per eccellenza. «Quando mi sono imbattuta per la prima volta in Berthe Morisot – racconta Brunella Schisa – la cosa che più mi ha colpito di questa prima pittrice impressionista fu il fatto che una donna borghese avesse scelto di frequentare un gruppo di artisti scapestrati che andavano contro tutte le regole dell’ accademia. Raccogliendo il materiale biografico mi sono stupita del fatto che nessuno avesse ancora raccontato la loro storia. Così è nato il romanzo dove dialoghi, discussioni, lettere, tutto è autentico, mentre la fantasia mi è servita per interpretare gli undici ritratti fatti da Manet a Berthe»[2]. Indubbiamente, tale fascinazione è percepibile nel romanzo, che forse pecca di eccessiva eleganza e poca partecipazione autenticamente emotiva.

Édouard Manet, "Berthe Morisot con un mazzo di violette", 1872 (Parigi, Musée d'Orsay)
Édouard Manet, “Berthe Morisot con un mazzo di violette”, 1872 (Parigi, Musée d’Orsay)

Infine, un inciso su di un caso a parte: l’amore, narrato con magnifica abilità inventiva, fra un giovane pittore fiammingo e Alessandra Cecchi, uno dei più affascinanti personaggi femminili che io abbia mai incontrato su carta. Personaggi fittizi, ma assai più prossimi a un’umanità autentica di molti realmente esistiti e illustrati con mano timida dallo scrittore di turno. La nascita di Venere (2006) di Sarah Dunant è l’esempio compiuto di una letteratura che non si spaventa di fronte alla Storia e che anzi la sa maneggiare con intraprendente cura, e dove dunque ogni personaggio, ogni azione, ogni dialogo risulta essenziale, mai enfatico, sempre coinvolgente. Mai Firenze e il Rinascimento, ormai onnipresenti in centinaia di romanzi storici, mi sono parsi tanto a portata di mano. Raramente l’anelito all’elevazione dello spirito e la sana bassezza degli istinti mi sono parsi così sapientemente miscelati, a tal punto da far sembrare stinte molte altre ricostruzioni di simile natura. Un intreccio perfettamente simboleggiato dalla dea dipinta da Sandro Botticelli (1482-85), di cui il marito della protagonista dice: «Bella, sì, ma anche qualcosa di più. Riunisce in sé l’ideale classico e quello cristiano. La sua nudità è pudica, eppure la sua gravità è giocosa. Invita e resiste al tempo stesso»[3]. È certamente pericolosa l’ambizione di dare voce a persone appartenute a un passato ormai lontano, soprattutto coloro che hanno fatto della produzione artistica il fil rouge della propria vita. E devo confessare che, dopo le letture di cui sopra, di cui alcune molto apprezzabili, è cresciuta in me una certa diffidenza verso qualsiasi ricostruzione che non sia prettamente in forma di saggio storico. Mi domando da dove giunga l’esigenza di dare corpo ai fantasmi che hanno fatto la Storia (e la storia dell’arte), da dove nasca l’insopprimibile bisogno di sentirli a noi più vicini, che del resto ho spesso sentito anch’io. E sono giunta alla conclusione (provvisoria) che una duratura soddisfazione derivi in ogni caso dalla consapevolezza di trovarsi di fronte a una ricostruzione il più possibile accurata e genuina, unico conforto all’insolubile lontananza degli eventi. Non c’è dialogo, per quanto ben congegnato, che saprà mai restituirci la realtà storica senza pagare un alto prezzo all’ego dell’autore.

 


[1] Tracy Chevalier, La ragazza con l’orecchino di perla, Vicenza, Neri Pozza Editore, 2000, p. 199

[3] Sarah Dunant, La nascita di Venere, Milano, Tropea, 2006, p. 187

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