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Il mestiere delle armi: dalla parte dell’umanità

Ermanno Olmi, "Il mestiere delle armi", 2001 (Credits: Il mestiere delle armi © RAI cinema e altri 2001

Fin dalle sue origini, il cinema ha costantemente riproposto al pubblico contemporaneo la Storia, e i diversi cineasti hanno espresso tale esigenza con motivazioni e risultati disparati. Chi attinge con maniacale cura alle fonti figurative allo scopo di creare una sorta di documentario postumo (Kubrick, ad esempio, nel mai troppo celebrato Barry Lyndon), chi invece coglie l’intrinseca contemporaneità del personaggio attraverso cui desidera raccontare un intero carattere nazionale, e finisce per divorare le citazioni artistiche ed elaborare una nuova estetica (impossibile non pensare al Casanova felliniano). In entrambi i casi citati, possiamo riscontrare scarso affetto per l’oggetto dell’indagine estetica: l’umanità viene ritratta da Kubrick con quell’abituale, nichilistico distacco dovuto proprio alla ferma convinzione che la Storia ripeta incessantemente il proprio corso, come l’Uroburo che si morde la coda a simboleggiare l’eterno ritorno; mentre Fellini si abbatte su Giacomo Casanova con tutta la ferocia, l’avversione e infine la malcelata compassione dell’italiano che si riconosce dove non vorrebbe mai riconoscersi.

Ermanno Olmi, "Il mestiere delle armi", 2001 (Credits: Il mestiere delle armi © RAI cinema e altri 2001)
Ermanno Olmi, “Il mestiere delle armi”, 2001 (Credits: Il mestiere delle armi © RAI cinema e altri 2001)

Ma con Il mestiere delle armi (2001) Ermanno Olmi sceglie una strada che lo distingue da ogni altro autore contemporaneo: sceglie di stare dalla parte dell’umanità, e in particolare dell’umanità complessa e calorosa del suo protagonista. Giovanni de’ Medici, meglio noto come Giovanni dalle Bande Nere (1498-1526), fu il frutto dell’amore fra Giovanni de’ Medici detto il Popolano e Caterina Sforza, forse una delle donne più famose della storia d’Italia, la signora di Forlì e Imola che diede molteplici prove di inusitato coraggio. Giovanni fu bimbo e poi giovane di temperamento irascibile e violento (già nel 1511 fu bandito da Firenze per aver ucciso un coetaneo), che il tutore Jacopo Salviati cercò di condurre sulla retta via prima introducendolo nelle milizie papali e poi dandogli in sposa la figlia Maria. Giovanni si fece rapidamente ammirare e amare per l’abilità guerresca, l’arditezza, l’inflessibile moralità, ed è oggi noto come l’ultimo capitano di ventura, che visse in prima persona il declino del “mestiere delle armi”, dello scontro fra pari che si guardano negli occhi, ormai sostituiti dalle armi da fuoco e dagli intrighi politici che risparmiano all’uomo la fisicità sanguinosa (e per questo ancora umana) della guerra. Nel Giovanni di Olmi si epifanizza il Giovanni storico, così come ritroviamo il vero respiro, i veri tempi della Storia nelle lunghe, agonizzanti attese dei soldati fra una campagna e l’altra, nella ricca dimora del molle Federico Gonzaga (che difende la propria ipocrisia adducendo come alibi il lato oscuro della personalità di Giovanni), o nella calda semplicità della casa dove Maria e il figlioletto Cosimo, destinato a divenire primo Granduca di Toscana, attendono il ritorno del condottiero.

Ermanno Olmi, "Il mestiere delle armi", 2001 (Credits: Il mestiere delle armi © RAI cinema e altri 2001)
Ermanno Olmi, “Il mestiere delle armi”, 2001 (Credits: Il mestiere delle armi © RAI cinema e altri 2001)

La nebbia padana, l’aria tagliente che intirizzisce i muscoli dei soldati, già provati dalle tante battaglie, si possono percepire sensorialmente. Lo sguardo diretto alla cinepresa di molti personaggi e l’utilizzo stesso di un linguaggio che rispecchia fedelmente, per quanto possibile, quello rinascimentale fungono da spie per lo spettatore, rendendogli noto con mirabile schiettezza che non si trova più nel proprio tempo, ma in un tempo altro. Il mestiere delle armi è il mestiere dell’essere umani, il lavoro quotidiano del dimostrarsi tali, che non ha (o non dovrebbe avere) tempi di scadenza. Questa dimensione naturale sofferta e compartecipata da un occhio cinematografico che si pone all’altezza dello sguardo nostro e dei protagonisti, che sa restituirci una Storia non riproposta, non reinterpretata, ma viva e presente, è esplicitata da Olmi nella citazione iniziale: “Chi fu il primo che inventò le spaventose armi? Da quel momento furono stragi, guerre… Si aprì la via più breve alla crudele morte. Tuttavia il misero non ne ha colpa! Siamo noi che usiamo malamente quel che egli ci diede per difenderci dalle feroci belve” (Tibullo).

CC BY-NC-ND 4.0 Il mestiere delle armi: dalla parte dell’umanità by Cinema e Arte is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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