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Stage Beauty: il teatro della vita

Richard Eyre, "Stage Beauty", 2004 Credits: Stage Beauty © BBC Films e altri 2004

La corte di Carlo II d’Inghilterra (1630-1685), figlio ed erede del sovrano decapitato per volere del popolo (ciò che fa dell’Inghilterra la prima nazione veramente rivoluzionaria), è stata più volte protagonista sul grande schermo, con un’acutizzazione del fenomeno in anni recenti. Controverso è l’esempio di The Libertine (2004), ritratto in profondissimo nero di John Wilmot conte di Rochester (1647-1680), alcolizzato, sifilitico e promiscuo, che la corte di Carlo II se la divorò tutta intera con poesie e adattamenti teatrali di rara (e un po’ affettata) crudezza.  Del resto, lo stesso sovrano era personaggio di statura insolita: affabile, appassionato mecenate delle arti (fra le sue più influenti amanti vi fu l’attrice Nell Gwynne), ma, memore dell’infelice sorte del padre, ben pronto a difendere il proprio trono con la forza. Sempre nei primi anni 2000, la BBC produsse una serie tv di alto livello, Carlo II: il potere e la passione (2003), in cui il re d’Inghilterra appare finalmente in primo piano e non più figurante di lusso sullo sfondo. Ma fra tutti gli adattamenti cinematografici, Stage Beauty (2004) si pone a un differente livello. Il regista Richard Eyre ha diretto pochi film, tutti di sicuro interesse: in particolare Iris – Un amore vero (2001), con le due signore del cinema britannico Kate Winslet e Judi Dench, e Diario di uno scandalo (2006), in cui la Dench ama, desidera e perseguita una bella collega di lavoro. Ma è nel teatro che Eyre trova la sua primaria dimensione espressiva e i suoi maggiori successi, e in Stage Beauty ricorre al potere dell’occhio cinematografico per narrarcene il fondamentale punto di rottura.

Richard Eyre, "Stage Beauty", 2004 Credits: Stage Beauty © BBC Films e altri 2004
Richard Eyre, “Stage Beauty”, 2004
Credits: Stage Beauty © BBC Films e altri 2004

Edward “Ned” Kynaston (1640-1712), che fu definito dallo scrittore Samuel Pepys «la più bella donna che abbia visto in vita mia», era la stella delle scene: l’avvenenza e l’indubbio talento gli consentivano di interpretare con la medesima, magnifica disinvoltura ruoli maschili e femminili. Ma nel caso di questo film, che trova origine nella piéce Compleat Female Stage Beauty di Jeffrey Hatcher, Eyre ha fatto precipitare Kynaston dall’apice del successo alla subitanea rovina. Gravissimo colpo è per lui il provvedimento con cui Carlo II apre il palcoscenico alle interpreti di sesso femminile: splendide le scene in cui vediamo un desolato, vulnerabile Billy Crudup, americano molto europeo, ripetere come riflesso spontaneo quei gesti pieni di grazia femminile nel bel mezzo dell’interpretazione di Otello. Ed ecco che la più bella donna del teatro inglese, dietro le quinte amante del Duca di Buckingham, è costretta a ricordarsi di essere nata uomo e a reimparare come un uomo si comporta, con l’aiuto di quella che tuttora è riconosciuta come la prima attrice professionista inglese. La Margareth Hughes (1630-1719) di Claire Danes abbraccia le proprie passioni e lotta con eleganza per imporsi; il suo malcelato amore per Kynaston (talvolta non ben distinto dall’ammirazione per l’attore) consente a quest’ultimo di superare la dolorosa confusione in cui è sprofondato ed esplorare l’essenza del proprio genere sessuale, il desiderio per l’altro sesso, e conseguentemente ricomporre i tasselli di una personalità infranta. Ciò che la società media considera come “normalità”, ovvero la relazione eterosessuale fra uomo e donna, costituisce in questo caso un’affascinante meta da raggiungere: ostacolo su questa strada è l’aspra rivalità che divide queste metà della platonica mela, entrambe avvezze a interpretare un unico ruolo.

Richard Eyre, "Stage Beauty", 2004 Credits: Stage Beauty © BBC Films e altri 2004
Richard Eyre, “Stage Beauty”, 2004
Credits: Stage Beauty © BBC Films e altri 2004

Ned e Margareth, vivendo con la stessa intensità vita e ricerca professionale sul palcoscenico, comprenderanno infine di essere destinati a vivere insieme una gioiosa indeterminatezza di sé. La messa in scena barocca è accurata (bella la citazione pittorica del pruriginoso ritratto della Hughes realizzato da Sir Peter Lely) e la corte di Carlo II è rappresentata con estrosa leggerezza, forse anche con eccesso di intento parodico: eppure la spregiudicatezza di quell’epoca (e della nostra) non ci impedisce di credere che il sovrano sia stato persuaso a introdurre le donne a teatro dall’abilità erotica di Nell Gwynne. Volutamente anacronistico e spesso storicamente inesatto (non si dà notizia alcuna della suggestiva relazione fra Kynaston e la Hughes), il film di Eyre ha però il pregio di saper raccontare l’epoca che ha donato i primi germi vitali all’era contemporanea e alle moderne relazioni fra i sessi.

Sir Peter Lely, "Ritratto di Margareth Hughes", 1670 ca
Sir Peter Lely, “Ritratto di Margareth Hughes”, 1670 ca
Richard Eyre, "Stage Beauty", 2004 Credits: Stage Beauty © BBC Films e altri 2004
Richard Eyre, “Stage Beauty”, 2004
Credits: Stage Beauty © BBC Films e altri 2004

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