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Sabina Spielrein, la psicanalisi e la memoria: due visioni

David Cronenberg adora immergersi nei meandri della psiche umana, e in particolare nei rapporti fra mente, corpo e sesso. Afferma il regista: «Mi considero esistenzialista e ateo, e credo che noi siamo il nostro corpo. Secondo me non è sminuente, è solo accettare la realtà per ciò che è. Quindi, se il corpo è il primo fatto dell’esistenza umana, allora capirete immediatamente perché mi focalizzo su di esso»[1]. Con A Dangerous Method (2012) si permette perfino di frugare senza pietà le vite interiori dei padri della psicanalisi. Scritto da Christopher Hampton (Le relazioni pericolose) in base al suo testo teatrale, questo film ci mostra una psicanalisi agli albori, incarnata in due personaggi di rara grandezza (nel bene e nel male) che danno vita ad una nuova scienza (?) ancora privi di un’idea ben definita di etica professionale. Da qui l’usanza di analizzare i propri parenti stretti o di analizzarsi l’un altro raccontando di volta in volta i propri sogni: pratica che condurrà Sigmund Freud (1856-1939) e Carl Gustav Jung (1875-1961) ad allontanarsi, in ossequio all’archetipo della relazione padre-figlio.

In tutto ciò, come se non fosse già troppo complicato, c’è Sabina Spielrein (1885-1942), una giovane ebrea russa dietro la cui isteria masochistica si celano una mente brillante e un corpo portato per l’amore. Sabina è sempre vestita di bianco, sempre pura anche quando si sporca intenzionalmente di fango, anche quando si osserva allo specchio mentre fa l’amore con Jung; «eri tu il gioiello prezioso», le dice l’amante quando le loro strade si stanno separando. Nonostante il film si concentri altrettanto a lungo sulla relazione tra Freud e Jung, resta lei il vero centro della vicenda, lei che ne uscirà vittoriosa: non riconosciuta pubblicamente, né come amante né come collega di notevole influenza, ella avrà la forza di tracciare in autonomia il proprio percorso familiare e professionale. Molto interessante che Howard Shore, compositore della bella colonna sonora, abbia esplicitato il legame con L’anello dei Nibelunghi di Wagner[2], opera che serpeggia lungo tutto il film. È infatti ormai noto il desiderio di Sabina Spielrein di dare un figlio a Jung, che avrebbe voluto appunto battezzare Siegfried in nome della comune passione per la musica wagneriana: un naturale riferimento alla mitologica coppia di gemelli Sigmund e Sieglinde, che concepirono Siegfried dopo essersi scoperti legati da un amore non fraterno. Sigmund e Sieglinde, uomo e donna, fratello e sorella, ariano ed ebrea.

David Cronenberg, "A Dangerous Method", 2011Credits: A Dangerous Method © Jeremy Thomas 2011
David Cronenberg, “A Dangerous Method”, 2011
Credits: A Dangerous Method © Jeremy Thomas 2011

Il casting è quasi perfetto: il “quasi” è tutto per Keira Knightley, alle prese con un personaggio decisamente più grande di lei. Le smorfie, le convulsioni e gli sguardi segnati da melanconiche borse superficializzano la complessità affascinante di colei che fu una delle prime donne psicanaliste della storia, dopo la personale vittoria sulla propria malattia. È vero, come dice lo stesso regista, che i sintomi dell’isteria sono accuratamente descritti da Jung e la recitazione della Knightley vi fa correttamente riferimento: il problema è che la mancanza di autentica profondità si espande all’intera interpretazione e non basta replicare i tic di una donna come la Spielrein per donarle linfa vitale. Una mancanza che non tocca minimamente Emilia Fox, splendida nel rendere con armonia tutti i dolorosi e fluidi passaggi della trasformazione da bruco a ipnotica farfalla. Con Prendimi l’anima (2002) Roberto Faenza firma uno dei suoi film più belli (e meno didascalici): un progetto che ha attirato a sé un diverso mattone ad ogni anno che passava, dal contatto con una giovane interessata alla figura di Sabina fino al ritrovamento di Ivan Ionov[3], ultimo superstite dell’Asilo Bianco che Sabina fondò dopo essere tornata in Russia, avamposto di incredibile progresso per l’educazione infantile. In questo film ci troviamo di fronte a due ricerche personali, quella di Sabina per la propria felicità e quella della giovane francese che ne segue le orme, ed è appassionante seguire il viaggio di Sabina dai recessi incontrollabili della sua mente fino al traguardo della realizzazione totale di se stessa. Se nel film di Cronenberg i rapporti all’interno del triangolo Freud-Jung-Spielrein si intrecciano profondamente l’uno con l’altro, in questo film troviamo invece tutta la passione spirituale e fisica del rapporto fra Jung e Spielrein, fra un uomo e una donna, con l’ombra di Freud percepita in lontananza attraverso le sue lettere. Nascita, sviluppo e fine della relazione sono sapientemente descritti e recitati con delicatezza, consapevolezza documentativa ed emozionante partecipazione, nonché attraverso riferimenti all’arte della Secessione viennese di cui si sente forte la mancanza nel film di Cronenberg.

Roberto Faenza, "Prendimi l'anima", 2002Credits: Prendimi l'anima © Jean Vigo Italia e altri 2002
Roberto Faenza, “Prendimi l’anima”, 2002
Credits: Prendimi l’anima © Jean Vigo Italia e altri 2002

Davanti alla Giuditta (1909) di Klimt, Sabina si liscia sensuale la lunga treccia nera (come il primo amore di Jung, un’altra giovane ebrea) e spiega al futuro amante ciò che spinse Giuditta a uccidere Oloferne: non la libertà del suo popolo, ma il desiderio; non un ordine divino, ma l’amore. Un riferimento al sesso come pulsione di morte, all’inevitabile concomitanza fra Eros e Thanatos, vista attraverso l’espressione artistica dell’epoca che (a sua volta inevitabilmente) si accompagna al contemporaneo fermento socio-culturale. Ancora una volta, nonostante una fragilità assai più indagata e sofferta in questo film, è Sabina la mente lucida della vicenda, che sceglie di lasciarsi alle spalle amante e Zurigo per tornare alle proprie origini e costruire la propria libertà. Se quindi Cronenberg vuole narrarci la nascita della psicanalisi, Faenza è affascinato soprattutto dalla Spielrein in quanto donna straordinaria, nonché dai «temi della memoria, della responsabilità, della coscienza civile»[4]. Nella partitura perfetta di A Dangerous Method si percepisce una nota stonata, la sensazione che tutta la vicenda scorra rapida e fin troppo analitica. Troviamo risposta in una dichiarazione dello stesso Cronenberg, che descrive ad esempio le scene di sesso come «abbastanza cliniche. Queste erano persone che, perfino facendo sesso, osservavano se stesse perché interessate alle proprie reazioni»[5]. Paradossalmente, resta più impresso (forse perché meno sofisticato e sovrastrutturato) il film di Roberto Faenza, a dimostrazione che non necessariamente un’opera debba avvalersi degli stessi mezzi del suo oggetto d’analisi per risultare efficace.

Gustav Klimt, "Giuditta II", 1909 (Venezia, Galleria internazionale d'arte moderna)
Gustav Klimt, “Giuditta II”, 1909 (Venezia, Galleria internazionale d’arte moderna)

 

[1] http://www.thedailybeast.com/articles/2011/11/20/david-cronenberg-on-a-dangerous-method-robert-pattinson-s-acting-and-s-m-with-keira-knightley.html

[2] http://latimesblogs.latimes.com/culturemonster/2011/11/a-dangerous-method-melancholia-richard-wagner.html

[3] http://cerca.unita.it/ARCHIVE/xml/75000/72417.xml?key=Alberto+Crespi&first=1821&orderby=0&f=fir&dbt=arc

[4] http://cerca.unita.it/ARCHIVE/xml/75000/72417.xml?key=Alberto+Crespi&first=1821&orderby=0&f=fir&dbt=arc

[5] http://www.thedailybeast.com/articles/2011/11/20/david-cronenberg-on-a-dangerous-method-robert-pattinson-s-acting-and-s-m-with-keira-knightley.html

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