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I colori della passione, della pittura, dell’umanità.

La passione del titolo è certamente la Passione di Cristo. Ma anche quella che Pieter Bruegel (1525 ca – 1569) mette nel suo lavoro e nella sua vita, allietata da una famiglia giovane e rigogliosa. È quella con cui gli abitanti del villaggio che vediamo muoversi su di uno sfondo dipinto vivono ogni attimo della loro vita, consapevoli che potrà essere l’ultimo. Come la maggior parte dei pittori fiamminghi, Bruegel ebbe sempre un occhio di riguardo per la realtà fisica delle cose, per le forme del corpo umano, per la vita contadina e quotidiana. Un’attenzione che non viene meno neppure (e a maggior ragione) nelle opere a tema religioso. I colori della passione (2011) si apre dove poi si concluderà, all’interno de La salita al Calvario che Bruegel dipinse nel 1564. Davanti a noi c’è il corteo che accompagna Cristo al luogo della sua ormai prossima morte: ma egli è nascosto, apparentemente relegato in secondo piano. Lo intravediamo chinato sotto la Croce nel momento in cui Simone di Cirene si appresta ad aiutarlo a trasportarla, eppure è proprio la Croce a costituire il centro attorno a cui tutto si muove e a cui tutto torna. Nel frattempo, Bruegel si muove all’interno della sua stessa opera accompagnato dal committente Nicolaes Jonghelinck (che possedeva ben 16 opere del maestro), al quale inizia a svelare i segreti del dipinto: il cerchio della Vita e il cerchio della Morte (separati, eppure tanto vicini), Maria, unica a indossare vesti non afferenti al periodo storico, e infine il Dio-mugnaio, l’impastatore di anime che vigila dall’alto.

i colori della passione
Lech Majewski, “I colori della passione”, 2011
Credits: The Mill and the Cross © Telewizja Polska e altri 2011

Non a caso, il titolo originale del film è Il Mulino e la Croce, ovvero i due elementi cardine del dipinto e della meditazione che Bruegel propone allo spettatore di ieri e di oggi. Il dipinto non racconta tanto la salita al Calvario di Gesù, quanto il calvario quotidiano del popolo fiammingo, violentato dall’esercito conquistatore degli spagnoli impegnato a perseguitarne la religione: e l’ironia lucida di Bruegel non potrà che attribuire agli spagnoli il ruolo che fu dei Romani. È facile in un film come questo, dove i protagonisti si muovono direttamente sulla grana di una tela dipinta, cogliere una volta di più l’imprescindibile legame fra cinema e pittura. Come fece alcuni anni fa Éric Rohmer, che per La nobildonna e il duca (2001) trovò ovvio far rivivere la Parigi rivoluzionaria attraverso dipinti realizzati appositamente per il film, Lech Majewski riesce a rendere la profondità di campo e lo sfondo pittorico totalmente realistici. Paradossalmente, viene subito da pensare al Quarto Potere di Orson Welles come esempio principe di una profondità di campo che è invece tipica di secoli di pittura, soprattutto nordica. Tutto è perfettamente a fuoco nel villaggio, l’occhio dell’autore e l’occhio del regista si fermano con lo stesso interesse (lo stesso amore) su ogni elemento della tela-schermo: la coppia che danza, la famiglia squarciata dalla tortura, i bambini, gli animali.

i colori della passione
Lech Majewski, “I colori della passione”, 2011
Credits: The Mill and the Cross © Telewizja Polska e altri 2011

Interessante la scelta del regista di concludere il suo film nelle sale del Kunsthistorisches Museum di Vienna, dove attualmente sono conservati i capolavori dell’artista fiammingo: siamo sicuri, sembra chiederci il regista, che La salita al Calvario sia ormai soltanto un’opera da ricordare e non un attualissimo monito? Inutile nasconderlo: per gustare appieno questo film, dovete trovare per voi stessi un momento di quiete vigile. La prossimità di questo film alla pittura è infatti ancora più profonda di una semplice vicinanza stilistica: è coincidenza di sostanza, in quanto, come il dipinto stesso, è pura meditazione per immagini, con pochissime parole (riservate in maggioranza a Bruegel, pittore, narratore, in un certo senso demiurgo a sua volta). Inizialmente, è probabile si verifichi una reazione di stordimento, di incomprensione nei confronti di scene apparentemente slegate fra loro. Eppure, grazie alla compiutezza dell’immagine dipinta, il moto del montaggio cinematografico trova infine un suo senso finale: tutti i personaggi che abbiamo incontrato vivono e muoiono sotto le pale del mulino divino, scosse da un vento imperscrutabile. E i nostri occhi si godono lo spettacolo.

i colori della passione
Lech Majewski, “I colori della passione”, 2011
Credits: The Mill and the Cross © Telewizja Polska e altri 2011

CC BY-NC-ND 4.0 I colori della passione, della pittura, dell’umanità. by Cinema e Arte is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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