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Addio mia regina: tutto ciò che Maria Antonietta non dovrebbe essere

Una sola parola viene in mente dopo aver visto questo film: bidimensionalità. È tutto un album di figurine, proprio come il quaderno delle stoffe che la regina di Francia sfoglia per sottrarsi alla malinconia e al peso dei suoi doveri. È non è la bidimensionalità delle quinte teatrali o delle tele dipinte, che nascondono tutta una loro profondità (come ad esempio nel bellissimo La nobildonna e il duca di Rohmer). Perfino aver girato il film all’interno della reggia di Versailles non ha aiutato la produzione a evocarne le fondamenta reali.

Tratto dall’omonimo libro di Chantal Thomas, Addio mia regina (2012) di Benoît Jacquot è un bell’esempio di come non dovrebbe essere realizzato un film di ambientazione storica. La sceneggiatura è inesistente: si ha l’impressione che i personaggi siano pedine su di una scacchiera, prive di vera volontà e spostate spesso senza criterio. A che pro vediamo Maria Antonietta e la sua favorita abbandonarsi (soprattutto la prima) a un’intimità che peraltro nel libro nemmeno esiste? Perché improvvisamente compare un gondoliere italiano (?!) che altrettanto improvvisamente diventa prima oggetto erotico e poi fantasma? Forse per sottolineare, in modo assai poco incisivo, che nella lettrice Sidonie Laborde c’è vero spazio amoroso solo per la sua regina? La stessa colonna sonora, che ha evidenti velleità sperimentali, risulta invadente, a tratti cacofonica, e non riesce mai a sottolineare nel modo giusto emozioni e dialoghi.

addio mia regina
Benoît Jacquot, “Addio mia regina”, 2012
(Credits: Les Adieux à la Reine © GMT Productions e altri 2012)

Viene dunque da chiedersi qual è la vera tesi d’interesse del regista e della sua squadra: che Maria Antonietta di Francia aveva un debole per le donne, cosa di cui la propaganda dell’epoca l’aveva già a torto accusata (sì, allora costituiva una pericolosa accusa vera e propria)? E quindi?
Unico punto davvero interessante della vicenda sarebbe proprio la liquidità fisica e sociale che va a formarsi nei corridoi di Versailles: marchesi, nobildonne e servi vivono con improvvisa ansia i medesimi spazi, che si riempiono di ombre e concitazione egualmente condivise. Nemmeno Versailles è al sicuro, la Rivoluzione è già arrivata perfino nelle sue viscere: non c’è più quell’ordine gerarchico che prima disciplinava ogni rapporto. E c’è perfino chi medita uno sciacallaggio in piena regola nei confronti della sovrana. Ma è uno statement politico che purtroppo va a perdersi nei meandri di una storia che in realtà racconta ben poco.

Costumi splendidi, indubbiamente: resta naturalmente più impresso degli altri il meraviglioso abito verde-dorato con cui la Duchessa de Polignac fa il suo trionfante, spavaldo ingresso a Versailles. Una vera e propria macchia di colore in mezzo a pastelli e grigiori assortiti, un animale raro, proprio come la duchessa agli occhi della sua regina. «È il colore della speranza», le dice la favorita: è forse lei il personaggio più interessante della vicenda, proprio perché la sceneggiatura la mostra sempre come oggetto di desiderio e di conseguenza la lascia nel giusto mistero, riservandole poche, pungenti battute.
Una nota sempre sui costumi apparentemente frivola, ma in verità assai significativa: gli abiti e le acconciature che vediamo sullo schermo, in particolare quelli indossati da Maria Antonietta, sono in gran parte fuori moda rispetto a quelli dell’epoca che vorrebbero illustrare. È noto che, anche grazie all’ispirazione della regina stessa, gli ultimi anni del XVIII secolo videro la moda francese “ammorbidirsi”, seguendo un’idea di comodità naturale e di maggiore spontaneità.

addio mia regina
Benoît Jacquot, “Addio mia regina”, 2012
(Credits: Les Adieux à la Reine © GMT Productions e altri 2012)

Alla sua regina Diane Kruger regala quell’asburgica grazia e quel mix fra spigoli e morbidezze che certamente caratterizzavano Maria Antonietta, così come un mutamento repentino di emozioni (anche troppo). Eppure, non riesce a riscuotere nemmeno un briciolo dell’interesse e dell’attrazione suscitati da Kirsten Dunst. Sì, perché giunge inevitabile un paragone con la Marie Antoinette di Sofia Coppola. Nel film di Jacquot abbiamo una regina umorale e capricciosa, che non sembra rendersi conto della serietà della situazione, se non per la donna che sembra essere al centro dei suoi pensieri (e sappiamo che non era così). Mentre la Maria Antonietta post-adolescente della Coppola, in tutta la sua sventatezza candita, è molto più complessa e profonda, così come infine consapevole. È la Maria Antonietta giusta per il nostro tempo, quella che può indossare un paio di Converse e ballare al ritmo di Siouxsie and the Banshees senza turbare affatto il nostro senso del reale. Nessuno per il momento è stato capace di eguagliarla: questo perché quel tempo non è ancora finito e di conseguenza nemmeno il nostro sguardo. Speriamo che per un po’ Addio mia regina diventi anche il motto dei registi.

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Élisabeth-Louise Vigée-Le Brun, “Marie Antoinette en chemise”, 1783 (un esempio della moda in voga grazie alla regina)

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