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The Great: non solo occasionalmente vera

È una serie che non ha paura di nulla, The Great. Non ha nemmeno paura di cambiare la Storia fin dal sottotitolo: an occasionally true story. Tony McNamara, reduce dal successo della sua sceneggiatura per La favorita, si prende tantissime libertà di narrazione e caratterizzazione nel raccontare la presa del potere di Caterina II di Russia (1729 – 1796). Ma se di solito queste deviazioni dalla Storia fanno arrabbiare chi poi si fa prendere dalla voglia di verificare, nel caso di The Great non hanno alcun effetto sull’apprezzamento finale. Il che è un vero miracolo: i dialoghi succulenti fino all’ultima goccia, le performance attoriali strepitose (Elle Fanning ha finalmente trovato il ruolo della vita), i costumi e la palette cromatica, è tutto indimenticabile. Ma soprattutto sono i temi portanti a fare di questa serie TV l’ennesima, recentissima dimostrazione che il XVIII secolo ha ancora molto da dirci se visitato con occhi nuovi.

Moltissimi sono i riferimenti a Marie Antoinette, pietra miliare del cinema settecentesco, a partire dalle acconciature vaporose di Caterina fino al magenta del suo ultimo, sfavillante costume, come magenta erano i frizzanti titoli di testa del film di Sofia Coppola. Anche la colonna sonora dei titoli di coda è deliziosamente pop-rock, sulla scia di quella new wave e punk che aveva fatto da sottofondo alla malinconia di Kirsten Dunst. Della regina di Francia Caterina ha inizialmente lo stesso abbandono innocente, come nella scena in cui la vediamo stesa sull’erba in cerca di contatto con la natura. Ma Caterina ha qualcosa che Maria Antonietta non aveva: la forza della cultura. Se all’inizio Caterina si sente già “arrivata” in questo campo, ha poi il buon senso di comprendere, da vera saggia, di avere molto da imparare.

Tony McNamara, The Great, 2020
(Credits: The Great © Thruline Entertainment e altri, 2020)

Leggiamo la maturazione di Caterina da fanciulla ingenua a donna spregiudicata (ma non insensibile) nei suoi abiti, che contrastano sempre profondamente con quelli della corte russa. I suoi dolci colori pastello sono riservati all’inizio del suo percorso, quando è ancora un pasticcino da divorare (proprio come Maria Antonietta). Ma quando inizia il suo viaggio nella consapevolezza, ecco che Caterina risplende di tinte vivaci e luminose, fino appunto allo strabiliante e  lineare vestito solo magenta: un colore fortissimo, impossibile da non notare, che non ha bisogno di ulteriori orpelli. È il senso critico, unito all’istruzione, a fare di lei la sovrana giusta al momento giusto, quando invece Maria Antonietta divenne davvero regina ormai troppo tardi. Caterina sa che solo la conoscenza può essere uno strumento di elevazione, ma è anche costretta a fare i conti con una grande verità, la stessa che non fa mai funzionare le “rivoluzioni importate”: non si può innestare come se nulla fosse la cultura in menti disabituate a vederne il vero valore.  Bisogna prima lavorare in profondità, con l’educazione e la pratica quotidiana.

Tony McNamara, The Great, 2020
(Credits: The Great © Thruline Entertainment e altri, 2020)

The Great è anche un enorme sollievo in questi anni di politically correct forzato. I personaggi femminili sono forti senza essere obbligati a esserlo. I personaggi maschili hanno le proprie vulnerabilità senza venire ridicolizzati. Semplicemente, sono. Esseri umani in tutto e per tutto, con altissimi e bassissimi che convivono senza soluzione di continuità. Le donne vedono perfettamente cosa c’è di sbagliato nella catena di potere che le tiene costantemente in secondo piano, ma non si abbattono perché sanno: «Dio ha creato Eva dopo Adamo, una progressione», dice Caterina. Continuano a veleggiare con la maggior dignità possibile nei corridoi della corte, tutte, perfino quelle dame il cui solo talento è avvelenare l’aria con i pettegolezzi. Nonostante l’esibizione delle differenze di classe che sono le loro uniche armi, quando le donne stanno insieme si percepisce una solidarietà femminile trasversale, anche solo sotterranea. La migliore di tutte è Elizabeth, zia dell’imperatore: è completamente libera di fare e dire ciò che vuole, solo perché passa per pazza. Bisessuale, si veste da uomo o da donna indifferentemente, ed è capace di snocciolare frasi al limite della blasfemia: «a 14 anni mi sono venute le mestruazioni e ho pensato di essere una santa. Forse tutte le donne sono sante con le loro stigmate mensili».

Un’altra riflessione emerge nell’osservare il cast, che regala a ogni singolo personaggio (davvero, nessuno escluso) pennellate memorabili. Da decenni ormai un certo Kenneth Branagh sceglie con naturalezza attori e attrici di colore per ruoli non originariamente destinati a loro: dalla fantasiosa Messina di Molto rumore per nulla fino all’Asgard di Thor, passando per la corte danese di Hamlet. Ma oggi vedere un conte Rostov nero o un Orlo di origine indiana ha un significato molto più incisivo: questa satira ci coinvolge tutti, non importa di quale colore sia la nostra pelle. I temi che tratta sono universali e lo sono fin dal secolo che li ha “partoriti”: il Settecento.

Tony McNamara, The Great, 2020
(Credits: The Great © Thruline Entertainment e altri, 2020)

La puntata 7 è lo snodo fondamentale in cui tutto converge. Inizia con una carrellata di opere d’arte esposte a corte, una sorta di primo nucleo del futuro Ermitage di cui Caterina fu davvero promotrice. Da Rubens a Caravaggio, da Goya (in anticipo di qualche decennio) a Raffaello, questi dipinti sono il “regalo” dell’imperatrice a una corte che, come presto imparerà, non ne comprende il peso. L’unico a capire davvero è l’Arcivescovo, detto familiarmente Archie.  Lui sa che la Chiesa detiene il potere finché detiene anche la conoscenza. E qui il cerchio si chiude. Dentro questa cornice, in cui il sapere è la chiave e il mezzo per una vera trasformazione, c’è l’orrore dell’eliminazione fisica dei vaiolosi in mancanza di vere nozioni mediche, c’è la barbarie della guerra e dell’istinto animale umano che emerge anche nelle persone più assennate. C’è l’assenza di libertà dell’informazione e dell’espressione, come dimostra amaramente l’esperienza del torchio da stampa installato a corte. La regina Agnes di Svezia va perfino oltre, preconizzando l’avvento delle fake news e il loro ruolo essenziale nella propaganda: «Quello che abbiamo imparato è che la prima bugia vince».

Eppure, in tutto questo, Caterina non si dà per vinta. Dopo aver provato a lottare con ciò che sa, comprende che deve andare oltre, che ci sono altri metodi per alimentare la speranza. Una speranza di evoluzione umana che nonostante tutto resta attaccata alla vita. «Non cercherei la luce se non pensassi che tutti brancoliamo nel buio», dice Voltaire a una sconsolata imperatrice. Ed è lì che la futura Caterina la Grande comprende che un futuro migliore per tutti vale anche il suo sacrificio personale. Ora può essere una sovrana e può esserlo da sola. Huzzah fino alla seconda stagione!

Tony McNamara, The Great, 2020
(Credits: The Great © Thruline Entertainment e altri, 2020)

CC BY-NC-ND 4.0 The Great: non solo occasionalmente vera by Pantoscopio - Cinema e Arte is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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