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John Adams: dai Lumi con ardore

Una confessione per cominciare: da qualche giorno ascolto ossessivamente la musica dei titoli di testa di John Adams. Seconda confessione: pensavo di vedere la solita miniserie su un presidente americano, quindi piena di buoni sentimenti e retorica di buona qualità. Molto “americana”, appunto. E io non sono mai stata una grande fan dell’approccio medio americano alla vita e all’arte. Confesso quindi di essere stata smentita sotto ogni punto di vista.

L’illuminismo nelle conversazioni

John Adams non è solo la biografia del 2° presidente e padre fondatore degli Stati Uniti d’America. È la narrazione fluida ed esaltante di un momento di nascita che ha completamente cambiato la storia del nostro mondo. Un momento generativo e fertilissimo, che ancora una volta ha origine nel Secolo dei Lumi. Ed è proprio la forza rivoluzionaria dell’Illuminismo a nutrire gli splendidi dialoghi scritti da Kirk Ellis. Tanto che alla fine sembra di conoscerli tutti: Adams, Thomas Jefferson, George Washington e tutte le altre menti che hanno avuto il coraggio e il privilegio di costruire una nuova patria con proprie leggi e proprio spirito. È la prima volta che in una miniserie, quindi un prodotto tendenzialmente “popolare”, mi capita di vedere una tale puntualità e profondità nel descrivere idee, intenzioni, sentimenti di un tempo potenzialmente lontano da noi. Proprio qui sta la grandezza del XVIII secolo, che di rado è semplicemente uno sfondo storico. Il risultato rischiava di essere ipocrita. Ma l’intera serie è attraversata da un respiro sinceramente progressista che non dimentica di essere lucido.

Tom Hooper, John Adams, 2008
(Credits: John Adams © HBO Films e altri 2008)

Il dovere civico della pittura

John Adams è un contenitore pressoché inesauribile di scene strepitosamente interessanti e conversazioni cesellate con rigore quasi estremo. Ma quella in assoluto più importante arriva nell’ultima puntata, al tramonto della serie e della vita di Adams. Ed è la più importante perché ancora una volta la pittura fa da filtro e “operatore di coerenza” (come direbbe Omar Calabrese). Questo presidente-Highlander viene chiamato a dare il proprio giudizio sul dipinto che celebra la Dichiarazione d’Indipendenza: è lo stesso pittore, John Trumbull, a chiedere la sua approvazione con fintissima modestia. I personaggi in carne e ossa, Adams, John Quincy e Trumbull, si muovono sullo sfondo dell’enorme quadro (370 x 550 centimetri!) come se ne facessero parte e allo stesso tempo ne fossero ormai amaramente esclusi. Ed è proprio questo il giudizio di Adams: «All dead», ripete al confuso artista mentre rimira quei volti che lui aveva conosciuto bene, alcuni anche troppo. È qui che la conversazione si fa essenziale. Adams ci rende molto chiaro che la Rivoluzione è ormai perduta, fuori dal tempo e quindi da una comprensione reale. Fa parte di un passato a cui quel dipinto non offre nemmeno la memoria storica che merita, perché quella scena, per quanto suggestiva, non è mai avvenuta. Fu infatti il solo Jefferson a presentare il documento a John Hancock. «It is very bad history», conclude Adams, che alla pittura attribuisce evidentemente il dovere civico di raccontare la verità. Non c’è licenza poetica che tenga di fronte all’obbligo morale di non ingannare i posteri. In caso contrario la pittura non è soltanto di scarsa qualità (lo stesso Trumbull «non è Rubens»), ma anche irrispettosa: era tempo di guerra, la gente stava morendo. Di sicuro nessuno si sarebbe prestato a cuor leggero a far parte di un’esibizione narcisistica di quella portata. È la conferma ultima della lucidità di pensiero e di sguardo di un uomo che piaceva a pochi perché vedeva troppo lontano.

Omaggi e scelte sagge

A proposito di sguardo: l’occhio della cinepresa è spesso in bilico, declinato in diagonale, quasi a darci quel senso di instabilità continua eppure appassionante che era proprio linfa vitale per John Adams. La colonna sonora è una leccornia per qualunque appassionato di cinema, perché va a omaggiare esplicitamente il Barry Lyndon di Kubrick con la presenza importante della Sarabanda di Händel e del Trio n.2 di Schubert. E che dire del cast? È composto interamente non da celebrità del sistema hollywoodiano, ma da grandi artisti, le persone giuste al posto giusto (un pensiero a quei critici che hanno avuto da ridire in merito: voi siete pazzi). La complessa umanità di Paul Giamatti è perfetta per far rivivere John Adams, così come la franchezza sotto le righe di Laura Linney ci restituisce intatta Abigail Adams. E senza dimenticare i personaggi “secondari”: dal sofisticato Thomas Jefferson di Stephen Dillane (Stannis Baratheon per i fan di Game of Thrones) all’acuto, sfrontato Benjamin Franklin di Tom Wilkinson. Dettagli e fili narrativi sono stati modificati nei percorsi di vita del presidente e dei suoi figli, e forse Adams se ne avrebbe a male. Ma, come nel caso dei grandi film in costume, il risultato è lo stimolo alla curiosità e all’approfondimento. Ecco perché mi sono ritrovata a fare ricerche sulle bandiere storiche che scopriamo fin dai bellissimi titoli di testa.

Tom Hooper, John Adams, 2008
(Credits: John Adams © HBO Films e altri 2008)

Il potere del serpente: nascita di un’identità

Un elemento in particolare mi ha affascinata moltissimo: il ricorrente uso simbolico del serpente, che tante volte in Occidente abbiamo associato alla minaccia e alla dannazione (causa influenze religiose). Nel 1775, un certo “American Guesser”* scriveva al Pennsylvania Journal soffermandosi proprio sul potere di quel simbolo sulle bandiere. Innanzitutto, notava una cosa molto interessante: il serpente a sonagli vive solo ed esclusivamente nelle Americhe. Ma la vera identificazione dell’animale con le colonie arriva con l’analisi del contesto (da notare il genere femminile):

«She never begins an attack, nor, when once engaged, ever surrenders: She is therefore an emblem of magnanimity and true courage. […] She never wounds ’till she has generously given notice, even to her enemy, and cautioned him against the danger of treading on her».

Era nata l’identità di quelli che sarebbero diventati gli Stati Uniti d’America: magnanimi e onesti, ma pronti a mordere con coraggio. Ma sarà anche l’identità del futuro? John Adams si interroga su questo punto, con un auspicio che risuona potente se pensiamo al periodo in cui uscì la serie: era il marzo 2008, pochi mesi prima dell’elezione del primo presidente afroamericano nella storia degli Stati Uniti. E fa sorridere che oggi siano molti ultraconservatori ad appropriarsi dei pensieri e dei simboli della fondazione, basata, pur con le dovute contraddizioni, sul desiderio di progredire.

*È ormai pensiero comune che quell’anonimo interprete fosse proprio colui che per primo disegnò un serpente tagliato in più parti, a rappresentare il pericolo della disunione fra colonie: Benjamin Franklin.

Tom Hooper, John Adams, 2008
(Credits: John Adams © HBO Films e altri 2008)

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